Fate ogni cosa per la gloria di Dio (1Cor. 10, 31)

Lo scopo finale della musica non deve essere altro che la gloria di Dio e il sollievo dell'anima (Johann Sebastian Bach)

domenica 20 maggio 2012

Dalle Omelie di san Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli

Prima dell'esilio, nn. 1-3; PG 52, 427-430

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S'innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Allora l'esilio? «Del Signore è la terra e quanto contiene» (Sal 23, 1). La confisca de beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. E' per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.

venerdì 18 maggio 2012

Giovanni S. Romanidis: Teologia empirica e teologia speculativa


Tratto da: "Franchi, Romani, feudalesimo e dottrina" 

Presentazione 

Questo studio tratto da una pubblicazione, si concentra sugli aspetti spirituali della prassi cristiana. Nell'Ortodossia il rapporto del credente con Dio è "empirico", ossia esperienziale. Per questo tutto ciò che non ha a che fare con l’esperienza e non conduce ad essa non è nemmeno considerato. Contrariamente a ciò la teologia occidentale, subendo l’influsso franco-germanico, è giunta ad interpretare il cristianesimo attraverso categorie metafisiche (per determinare la sostanza di Dio) e regole morali (per poter "meritare" Dio). Così mentre in Oriente viene posto attenzione all'aspetto mistico del cristianesimo parlando in termini apofatici (non si può affermare niente di Dio perché ogni concetto è inadeguato ad esprimerLo), in Occidente il cristiano si concentra particolarmente nelle realtà esteriori finendo, soprattutto oggi, ad assumere un livello spirituale insoddisfacente. Anche in questo esiste un’evidente distanza tra l’Occidente e l’Oriente cristiano, distanza che si potrà superare solo ritornando ai valori ecclesiastico-spirituali del primo millennio. 
Il protopresbitero Giovanni Romanidis è nato nel 1927 a Pireo (Grecia). Nello stesso anno la sua famiglia si è trasferita negli USA. Qui egli è cresciuto compiendo i suoi studi teologici presso la scuola della Preziosa Croce, l’Università di Yale e quella di Harvard. Parigi ed Atene sono state altre due tappe fondamentali per la sua formazione teologica. Romanidis ha insegnato teologia nella facoltà teologica statunitense della Preziosa Croce e in quella di Salonicco. Attualmente è docente all'Università di Balamand (Libano). La semplice enumerazione degli interessi di padre Giovanni Romanidis lo rende a pieno merito appartenente ai grandi esponenti della teologia ortodossa contemporanea. 

                                                                                                                             Il curatore e traduttore 

Introduzione

Nella prima parte abbiamo presentato un evidente riassunto per attestare che il feudalesimo in Europa occidentale non è provenuto da razze e costumi romano-germanici, come viene comunemente ritenuto, ma piuttosto dalla sottomissione dei romani d’Occidente ai loro conquistatori. In seguito a ciò i franchi concentrarono la loro attenzione per riuscire a schiavizzare ecclesiasticamente e dottrinalmente la Romània papale generando, in tal maniera, la scissione tra la Romània papale e l’Oriente. Questo sforzo è costantemente fallito fintanto che la nazione romana è rimasta sotto il controllo della sede papale [con un papa romano]. 

martedì 15 maggio 2012

P. Seraphim Rose: L'Apocalisse: un Libro di Misteri

Discorso tenuto all'eremo ortodosso di Platina (California) nell'estate del 1980, come introduzione a un corso della New Valaam Theological Academy sul Libro dell'Apocalisse. Il corso usava come base il commentario all'Apocalisse, scritto dall'Arcivescovo Averky (Taushev) di Jordanville (pubblicato nel 1985, e ristampato nel 1995). L'articolo nella sua versione originale è reperibile in The Orthodox Word, Vol. 34, n. 3-4 (200-201), Maggio-Agosto 1998. 


1. L'approccio sbagliato 

I nostri tempi - il ventesimo secolo, e soprattutto l'ultima parte del ventesimo secolo - sono, più che mai, tempi apocalittici, vale a dire tempi in cui vi sono eventi tanto grandi da far sembrare alle porte la fine del mondo. A causa della natura delle invenzioni dei nostri tempi, anche le persone più realistiche e concrete parlano della possibilità dell'annientamento di intere nazioni, e anche di tutta l'umanità, sia a causa di armi come le bombe termonucleari, sia per la produzione di mostri moderni, attraverso l'inquinamento, gli esperimenti chimici e biologici, e così via. 

venerdì 11 maggio 2012

Archimandrita Placide Deseille: La mia conversione all’Ortodossia

Conferenza tenuta in Grecia. La registrazione originale si trova in:

http://pigizois.net/france/omilies/2071_MA_ROUTE_ENVERS_%20L'%20ORTHODOXY.mp3

Traduzione a cura di Pietro Chiaranz

Sono molto felice d’essere qui ma, sfortunatamente, non parlo bene il greco. Penso quindi sia meglio che la sorella Ypandia traduca il mio intervento dal francese.

Inizialmente vorrei dirvi, con qualche discorso, come Dio mi ha condotto verso l’Ortodossia. Durante gli anni della mia formazione sia scolastica sia spirituale e religiosa, in Francia nella Chiesa cattolica esisteva un movimento di rinnovamento spirituale e intellettuale essenzialmente fondato sullo studio dei santi Padri della Chiesa. Uomini che erano spesso universitari o preti istruiti e con una fede profonda, come poteva aversi nella Chiesa cattolica, pensavano che il Cristianesimo in Occidente era divenuto qualcosa di troppo misero, chiuso, freddo, separato dalla vita e pensavano che nella dottrina e nell’insegnamento dei Padri della Chiesa si poteva trovare un Cristianesimo autentico, giovane, pieno di gioia e di freschezza. Sia nella mia famiglia che nella scuola da me frequentata, era seguita questa corrente di rinnovamento. È così che, assai giovane, quando avevo quattordici o quindici anni, ho avuto un’iniziale conoscenza di quello che potevano essere i Padri della Chiesa. In quell’epoca non pensavo di divenire monaco. Intravedevo di sposarmi e lavorare nel mondo. Tra i quindici e i sedici anni conobbi dei monaci, frequentando dei monasteri, e incontrai un padre spirituale, Igumeno* di un grande monastero. Egli mi disse che potevo divenire monaco ed è in questa direzione che trovai la mia strada. Sono allora entrato in un monastero cattolico nel quale si seguiva una regola antica, scritta prima della separazione tra la Chiesa latina e l’Ortodossia da san Benedetto, definito il “padre dei monaci d’Occidente”. Il padre spirituale del monastero spiegava ai giovani monaci che nei Padri della Chiesa e nei Padri del deserto dei primi secoli, si trovano le sorgenti della nostra regola monastica e, allo stesso tempo, si poteva comprendere la nostra regola monastica. In questo contesto cattolico ci s’interessava all’Ortodossia ma in una prospettiva che, in seguito, capii essere inesatta: generalmente si pensava che l’Ortodossia fosse la forma orientale del Cristianesimo e che il Cattolicesimo fosse la forma occidentale. Quindi il Cattolicesimo poteva rinnovarsi e trovare una nuova gioventù ispirandosi all’Ortodossia ma conservando la sua linea tradizionale. In fondo, si pensava con una formula utilizzata in tutti quegli anni, che l’Ortodossia e il Cattolicesimo erano due forme, due maniere d’esistere d’una stessa Chiesa, erano due rami d’uno stesso albero.