Del protopresbitero Alexander Schmemann - da “Celebration of
Faith”, Sermons, Vol. 2 “The Church Year”, 1994. Traduzione a cura di Tradizione
Cristiana
Ascensione… C’è un brivido di gioia in questo stesso termine,
che lancia una sfida alle cosiddette “leggi della natura”, le leggi perpetue che
attirano verso il basso, che spingono verso il basso, queste leggi della gravità
che concatenano, che pesano, che fanno cadere. Qui, per contrasto, tutto non è
che leggerezza, altezza, ed elevazione infinita verso il sempre più su.
L’Ascensione del Signore è celebrata 40 giorni dopo Pasqua, il giovedì della 6ª
settimana dopo la festa della Risurrezione di Cristo. Il mercoledì, la vigilia,
è celebrato ciò che nella pratica della Chiesa viene chiamato il “congedo della
festa di Pasqua”, ossia l’“arrivederci” alla festa di Pasqua.
Dall’inizio alla fine, l’Ufficio è celebrato esattamente come
durante la notte di Pasqua, con il canto allegro del “Sorga Dio e siano dispersi
i suoi nemici…”, “Ecco il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed
esultiamo”. Cantando questi versetti, il sacerdote tiene il cero pasquale ed
incensa l’intera chiesa, mentre si canta vivamente in risposta “Cristo è
risorto!”. Stiamo lasciando la Pasqua, “prendiamo congedo” fino all’anno
prossimo.
Sembrerebbe logico sentire della tristezza. Ma invece della
tristezza, riceviamo una nuova gioia: la gioia di contemplare e celebrare
l’Ascensione. Nella pericope evangelica che riporta quest’evento, dopo che il
Signore ha dato le sue istruzioni finali ai discepoli, “Poi li condusse fuori
verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò
da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi dopo averlo adorato, tornarono a
Gerusalemme con grande gioia” (Luca 24, 50-52). “In grande gioia…” Qual è la
fonte di questa grande gioia che dura fino ai nostri giorni, e che esplode con
una luminosità così notevole nella festa dell’Ascensione?
Poiché sembra che Cristo partì, e lasciò i Suoi discepoli soli;
era un giorno di separazione. E di fronte a loro si apriva la lunghissima strada
della predicazione, persecuzione, sofferenza e tentazione, che riempie fino a
straripare la storia del Cristianesimo e della Chiesa. La gioia era
apparentemente arrivata al suo termine, la gioia della compagnia umana e
quotidiana di Cristo. La risposta a questa interpellanza giunge a noi da san
Giovanni Crisostomo, questo predicatore Cristiano che visse circa 16 secoli fa.
Parlando del Cielo esclamava: “Quale bisogno avrei di un cielo, quando io stesso
diventerò un cielo”. La risposta viene anche dai nostri antenati, che chiamavano
la Chiesa “Cielo sulla terra”. Il punto essenziale in queste 2 risposte, è: il
cielo è il nome della nostra vocazione autentica in quanto esseri umani, il
Cielo è la verità finale a proposito della terra.
No, il Cielo non è da nessuna parte nel profondo dello spazio,
al di là dei pianeti, o in qualche galassia sconosciuta. Il Cielo è ciò che
Cristo ci dà, ciò che abbiamo perso attraverso il nostro peccato ed il nostro
orgoglio, attraverso il nostro materialismo, attraverso ciò che è esclusivamente
terrestre, come le scienze e le ideologie, e che è ora aperto, offerto, e che ci
è restituito da Cristo. Il Cielo è il regno della vita eterna, il regno della
verità, della bontà e della bellezza. Il Cielo è la trasformazione spirituale
totale della vita umana; il Cielo è il regno di Dio, la vittoria sulla morte, il
trionfo dell’amore e della sollecitudine per gli altri; il Cielo è il compimento
di questo desiderio ultimo, di cui è stato detto: “Quelle cose che occhio non
vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato
Dio per coloro che lo amano” (I Corinzi 2, 9). Tutto ciò ci è rivelato, tutto
ciò ci è dato da Cristo. E da allora in poi, il cielo inonda la nostra vita, qui
ed ora, la terra stessa diventa riflesso, uno specchio riflettendo l’immagine
della bellezza celeste. Chi scese dal cielo sulla terra per darci il Cielo? Fu
Dio. Chi salì dalla terra al cielo? L’uomo Gesù.
Sant’Atanasio il Grande diceva che “Dio è diventato uomo
affinché l’uomo possa diventare Dio”. Dio è venuto sulla terra affinché possiamo
salire al Cielo! È questo che celebra l’Ascensione! È la fonte della sua
inesprimibile e radiante gioia. Se Cristo è al cielo, e se crediamo in Lui, e se
Lo amiamo, allora noi anche vi siamo con Lui, al suo banchetto, nel Suo Regno.
Se l’umanità ha la possibilità di elevarsi a Lui, e non precipitare, allora
attraverso Lui anche io posso accedere all’Ascensione, e sono chiamato a Lui. E
in Lui, il fine, il significato e la gioia ultima della mia vita mi sono
rivelati. Tutto, assolutamente tutto attorno a noi, ci spinge verso il basso.
Invece io guardo verso la carne divina che sale al cielo, verso Cristo che si
eleva “al suono della tromba”, e mi dico, e dico al mondo: è là che è la verità
a proposito del mondo e dell’umanità, è qui che si trova la vita alla quale Dio
ci chiama dall’intera eternità.
Kondakion. Tono 6.
Compiuta l’economia a nostro favore e congiunte a quelle
celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, Cristo nostro Dio, senza
tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo
inseparabile da loro dichiari: Io sono con voi e nessuno sarà contro di voi.
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